Odio la primavera, persino in Riviera

Non mi è mai piaciuta la primavera. O le mezze stagioni. Non mi piacciono le cose fatte a metà in generale. Preferisco le scelte nette. Freddo, caldo. Bufera di neve, pioggia di sole.  L’uscire di casa senza sapere cosa mettermi mi causa frustrazione. Ecco la preparazione tipo per la prima discesa stagionale in spiaggia di un riminese.

Esci con la felpa, c’è il sole e vorresti toglierti la pelle dal caldo. Passa una nuvola, la terra cade nell’ombra di Mordor e il sangue diventa azoto liquido nelle vene. Al che infili giacca a vento e sciarpa. Torna il sole, sotto il nylon comincia l’evaporazione, anzi la sublimazione. La pelle diventa una fungaia e  le palle sono trifolate.

Per non parlare di quando devi rimanere fuori dal pomeriggio alla sera. Per l’escursione termica, pari a quella tra la notte e il giorno su Marte, bisognerebbe scippare Mary Poppins della sua borsa per infilarci dentro il guardaroba, dalle infradito ai Mammut. Lo chiamano vestirsi a cipolla, e credo sia perché scegliere cosa mettersi in questi casi è proprio una valle di lacrime.

Non ce la posso fare, mi infastidisce la primavera, la stagione in cui le mandrie della Valmarecchia, della Valconca, di San Marino e della città migrano verso il mare al grido di aqua!, aqua!, intasando la Statale e la Marecchiese, facendoti credere che sia già caldo quando invece se osi solo sfilarti un calzino ed affondare il piede nella sabbia – che ha la stessa temperatura della morte – vai in ipotermia per un buon 10 minuti. E vogliamo parlare del rinfilarsi i calzini con i piedi insabbiati? Argh.

È un peccato non godere dell’arrivo delle rondini essendo cresciuto a Rimini, territorio perfetto per le prime esplorazioni naturalistiche postinvernali – dai borghi medievali ai chilometri di spiaggia. Eppure preferirei passare a piè pari dai giorni della merla al caldo di mer…la con la di.

La primavera sulla Riviera Romagnola è quella stagione in cui tutti si credono esperti di beachvolley quando ancora devono smaltire i fiocchetti di carnevale (o le chiacchiere, per i comuni mortali); in cui tutti i bambini diventano improvvisamente posseduti e vogliono un aquilone mentre in estate si accontenteranno di lanciare gavettoni ai vicini d’ombrellone. Quest’anno, in primavera, i pensionati di San Giuliano e di Rivabella vivranno un orgasmo di massa assistendo alla demolizione del ponte di via Coletti dal prospiciente ponte pedonale, ora più a luci rosse del cinema di Miramare.

Nella primavera in riviera le gelaterie iniziano ad esporre il Papa in vetrina a giudicare dalle code chilometriche. I giovani iniziano a fare la spola tra un albergo e l’altro a consegnare curriculum per la stagione imminente. Le giornate si allungano e gli aperitivi pure; tra i pub della Vecchia Pescheria lo spritz viene lanciato a secchiate. Lungo il Corso si fanno le vasche.

Tutte pratiche non codificate nel mio dna. Datemi una riva su cui spiaggiare e rosolare, o una strada imbiancata con cui far scricchiolare la neve sotto i piedi e sarò contento. Le stagioni insipide le lascio ai malati di ipertensione.

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Mirco Paganelli

Giornalista freelance

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