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La Piada dei morti: il dolce di Rimini

 

La Romagna è una terra di grandi tradizioni gastronomiche. Chi non conosce la piada, i cappelletti, gli strozzapreti, o ancora i passatelli in brodo, i salumi, i formaggi per non parlare dei vini, Sangiovese in testa (forse non il più blasonato, ma sicuramente il più diffuso)? Prodotti buoni e saporiti, ma – ahimè – niente di dolce.

I riminesi non sono famosi per la loro passione per il dolce – gelato a parte – e questo si riflette anche nelle ricette tramandate di famiglia in famiglia. Tolte alcune tradizioni di importazione, come il panettone, il pandoro e i dolci di carnevale, uno dei pochissimi dolci tipici riminesi – se non l’unico – è la piada dei morti.

Piada, sì, tanto per cambiare, e indovinate un po’? nell’impasto c’è anche del vino. Sangiovese, ovviamente. La specifica dei morti, in realtà, denota non tanto il carattere funebre ma quello autunnale, dato che questa piada dolce si consuma nei mesi di ottobre e novembre.

 

La focaccia la si riconosce subito, a prima vista: tonda, come una piada, scura, per la cottura in forno, e guarnita con un’esplosione di frutta secca, pinoli, noci e mandorle. La ricetta è semplice, come quella delle cose buone. Farina, zucchero, un pizzico di sale, latte, lievito di birra, un bicchiere di sangiovese e olio extravergine di oliva, oltre a uvetta, pinoli, mandorle sgusciate e gherigli di noce. Dopo aver impastato gli ingredienti assieme, e aver ricoperto tutto con una generosa manciata di frutta di secca, la si spennella con un tuorlo d’uovo e poi la si mette in forno.

 

Un gusto semplice, quasi essenziale, come quello della stagione da cui nasce. Come una passeggiata tra i borghi sfumati nella nebbia dell’autunno, lungo un crinale solitario, nella sera. Ci si perdonerà la divagazione proustiana, ma è il nostro unico dolce. Poi non gli si può togliere che il sapore povero – preparato con gli ingredienti che si avevano in casa in questa stagione – lo rende davvero un piatto di questa terra, capace di trasmetterne gli odori, i sentori.

E per amplificare tutte queste sensazioni il rito corretto prevede di mangiarla accompagnandola da un buon bicchiere di cagnina – il vino novello – oppure un’albana dolce, vino più schietto e anche un po’ grezzo, che ben si accosta alla dolcezza ruvida della piada dei morti.

Cos’altro serve per renderla buona? Una bella compagnia, magari il calore di un fuoco scoppiettante tra le mura di un casolare romagnolo, avvolti dalle foschie novembrine… sì, l’ideale sarebbe venire a mangiarla proprio a Rimini.

 

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Stefano Rossini

Giornalista freelance, si occupa di viaggi, itinerari, cultura (senza dimenticare l'aspetto enogastronomico), sociale e nuove tecnologie. Collabora con riviste italiane e internazionali, guide viaggi e portali web.

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