Festival Sanremo

Sanremo 2014. Filippo Graziani e i giovani battono i big 1-0

Ci lamentiamo che ogni anno il livello delle canzoni dei Big di Sanremo peggiora. La verità è che è sempre lo stesso, ovvero mediocre: canzoni che a fatica si canticchiano il giorno dopo. Nonostante la delusione – o forse proprio a causa di essa – ogni artista ha saputo far parlare di sé. Antonella Ruggero continua a riprodurre ultrasuoni che sanno udire solo i cani; Noemi pare inciampata in un tosaerba; Giuliano Palma l’hanno ricondotto nelle balere padane a far ballare l’alligalli; Ron farebbe meglio ad incontrarci fra cent’anni; Giusy Ferreri ha imparato l’italiano, ma si è dimenticata a casa l’identità; Gualazzi si è portato sul palco uno scassinatore di sportelli bancomat.

Le sorprese positive sono venute dalla categoria dei giovani, i quali hanno dimostrato di saper “nasare” ciò che il pubblico vuole molto di più dei colleghi canuti. Tra questi è emerso anche il riminese di Novafeltria Filippo Graziani, figlio del cantautore Ivan Graziani con il brano “Le cose belle”. Sarà pur stato eliminato alla prima serata, ma l’aver ottenuto accesso al Festival tra gli 8 finalisti riempie di orgoglio la Romagna che non sale spesso sul palco dell’Ariston (la Pausini si è acchiappata il successo per le prossime tre generazioni).

È stato un Sanremo molto social con una media di oltre 200.000 tweet a serata. Ho dato un’occhiata ai commenti per Graziani che si sono rivelati al 99% positivi; cosa non facile per un figlio d’arte (De André jr. ha collezionato una valanga di acidità in rete).

Cito alcuni tweet:

Lo ha apprezzato anche la twitstar @Comeprincipe:

e il collega @NekOfficial:

Ci sono stati poi i riminesi che lo conoscono:

Persino una carrambata:

La sua canzone è una di quelle ballate rock orecchiabili; dopotutto lui stesso confessa: Springsteen mi è sempre piaciuto nella plettrata ignorante”. Il tema è di quelli tosti: la condizione giovanile. “La mia generazione a spasso come lupi sul Gran Sasso”, recita il testo. Un valore, quello dei giovani, che dovrebbe tenere a mente anche chi scrive il Festival.

È finito il Sanremo ribattezzato Funeral Party. Per fortuna i 60 anni della Rai vengono una volta sola; tra ospiti del mesozoico e continui omaggi a defunti, l’atmosfera cominciava a diventare davvero lugubre: il palco si è trasformato in una sorta di Monumento ai caduti.

Per contro, i giovani hanno dimostrato di essere portatori sani di ventate di freschezza che non sembrano, però, lambire Viale Mazzini. Tant’è che alla guida della baracca il prossimo anno ci sorbiremo Carlo Conti…

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Mirco Paganelli

Giornalista freelance

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