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Rimini torna agli Oscar con La grande bellezza

Che l’ultima fatica cinematografica di Sorrentino sia inzuppata di Fellini in ogni piano sequenza lo sanno oramai anche le vongole. Se ne è già parlato e straparlato durante le varie fasi di nomination e premiazione attraversate dal film. Urge, dunque, appuntare un post-it di frustrazione per tutto questo chiacchiericcio in grado di far schiudere dalla disperazione anche le cozze più tenaci.

La grande bellezza è stato travolto in patria – e solo in patria – da recensioni al vetriolo, accuse di plagio e giornalisti impertinenti capaci di ricordare le critiche persino nelle giornate vittoriose. Tutto ciò a riprova di quanto l’Italia provi non poca e feticista gratificazione nello sputarsi sempre addosso: un’attitudine al sadismo che imbarazzerebbe persino il sessuologo più laico. Solo il calcio è capace di mettere tutti assieme a tifare del made-in-Italy che va forte. L’arte no. A parte quando si grida ridateci-la-Gioconda. Non che un film, badate bene, debba essere amato a tutti i costi; però, considerando l’infilata di riconoscimenti internazionali – che mediamente raggiungono il paese a cadenza ventennale – non farebbe poi così schifo mostrare un accenno di orgoglio; non è mai stato provato che un sussulto di soddisfazione faccia crescere i cetrioli sotto le ascelle.

Eppure Sorrentino&co sono stati accusati di tutto: di ammiccare allo spettatore, di non essere all’altezza di Fellini, di usare Roma come scenografia, di non rappresentarla in modo veritiero… insomma, mancava solo l’invasione delle cavallette. Inciso: dove sta scritto che un’opera di finzione debba essere verista? (Ci si aspettava forse un monologo di Servillo sul credit crunch o sulla disoccupazione giovanile?). E ancora: sarà mai possibile citare un maestro senza essere accusati di tentato soppiantamento? Bah… certa critica italiana oscilla perennemente tra l’invidia e la frustrazione.

Quella di Jep Gambardella è una crociata dell’invenzione, proprio come denunciato nell’incipit della pellicola: «Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario», (Céline). Un viaggio dove anche una giraffa può manifestarsi tra le rovine romane; dove una culla illuminata è tutto ciò che resta ad una contessa-a-noleggio caduta in disgrazia; dove una “santa” di 104 anni conosce i nomi di battesimo di fenicotteri migranti… Meno male che all’estero sono più svegli: «Fortunatamente Sorrentino sa fare di meglio che imitare il gigantesco Fellini» (Hollywood Reporter); «Sebbene Sorrentino faccia un mash-up felliniano, la sua rimane una grande esperienza cinematografica» (Screen International). La grande bellezza è una giostra di caricature che sembrano appena staccatesi dal sonno: come il Rex e la Gradisca di Amarcord sanno sorprendere e sedurre. L’intera opera è un tributo a Fellini, ma vive di vita propria. Prossima tappa, gli Oscar.

In conclusione, mi sono permesso di abusare dell’eterno Maestro riminese in apertura a questa rubrica – che si sa com’è partita, ma non si sa dove andrà a finire – in procinto di snocciolare divagazioni, opinioni, pensieri, parole opere e omissioni su questa terra picconata da ombrelloni.

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Mirco Paganelli

Giornalista freelance

2 comments

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  1. Sandra 24 gennaio, 2014 at 10:31 Rispondi

    Emozione, dolore, miseria, amore e bellezza dell’animo umano e di questa Roma surreale e decadente. Uno sguardo alla leggerezza fantastica di Fellini e la poesia che graffia e seduce di Bunuel. Che bello questo film….

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